- Solamente sguardi fra di noi -

scritto da vecchioautore
Scritto Ieri • Pubblicato Ieri • Revisionato 15 ore fa
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Racconto scritto cinque anni fa. Per san Valentino, mi sembrava giusto riproporre una struggente e commovente storia d'amore capace di sfidare le ingiurie del tempo, sino a protrarsi sin oltre la vita, se mai ci sarà un altrove. Buona lettura.
- Nota dell'autore vecchioautore

Testo: - Solamente sguardi fra di noi -
di vecchioautore

Solamente sguardi fra di noi

Era cominciato con uno sguardo, ed era continuato così, con uno scambio di sguardi; prima furtivi, più avanti complici... Chissà come sarebbe finita se fossimo andati oltre gli sguardi; forse, il nostro, come altri amori, si sarebbe consumato in fretta; o forse, chissà, sarebbe stato tutto più bello, più soddisfacente. Più completo.

Avevo quindici anni, quando le scoccai il primo sguardo e mi persi nei suoi occhi color pervinca.
Lei e le sue amiche attendevano, ridendo e scherzando, al lato opposto dell’autoscontro, che fermassero le automobiline per prendere al volo la prima che si fosse liberata. Incrociammo i nostri sguardi per un solo attimo… e fu come sognare. La musica, le grida, i rumori; tutto scomparve. E in quel breve attimo, la feci mia, lì, in mezzo alla folla, per l’eternità!
Era il tempo delle infatuazioni, delle prime giovanili pulsioni sessuali, e quello sguardo mi provocò un turbamento tale… da costringermi a chetarlo chiuso in bagno con occhi trasognati, immaginando di fare l’amore con lei.
Nei giorni e nei mesi a venire, quando la incrociavo per strada, arrossendo provavo ad incontrare il suo sguardo, così fermo e sicuro da trapassarmi senza nemmeno vedermi; e questa mia impressione, giusta o sbagliata che fosse, costringendomi ad abbassare gli occhi dopo pochi attimi, mi procurava sconforto; sconforto e delusione.
Una sera, quando per caso la incontrai in una sala da ballo, fui lì lì per invitarla a scendere in pista; ma alla fine, sognando ad occhi aperti mi limitai a guardarla mentre ballava un lento; immaginando di essere io il fortunato che la stringeva tra le braccia.
La verità, è che la consideravo troppo bella e irraggiungibile. Così, consapevole che un rifiuto avrebbe ucciso il sogno, non trovai mai il coraggio di dichiararmi.
Intanto il tempo passava, e quando s’iscrisse all’università ci perdemmo di vista: si era trasferita in città e in paese ci tornava di rado.
Gli anni corsero veloci: il servizio militare, il lavoro, la fidanzata, il matrimonio, i figli; argomenti validi per dimenticarla. Ma non andò così.

Stavo osservando le persone che attraversavano la piazza dalla vetrina del mio negozio, quel giorno che la vidi passare tenendo per mano una bambina.
Tornai a guardarla… e il cuore ebbe un sussulto, quando volse lo sguardo e mi sorrise.
Non era mai accaduto. Si era aperta una breccia, potevamo finalmente comunicare attraverso gli sguardi. Ero felicemente infelice!
Lei era sposa e madre; l’attimo era oramai passato e noi non l’avevamo colto.
No, non è vero, per la prima volta avevamo fermato l’attimo nei nostri sguardi; e nei giorni e negli anni a seguire avremmo continuato a rinnovare l’attimo, il nostro segreto amore, fatto di null’altro che sguardi complici.
Mia moglie non ebbe mai contezza dell’infedeltà che perpetravo ogni giorno, ogni ora, alle sue spalle. Se ne andò consumata dal dolore, non per mia colpa ma per un male incurabile, poco prima del compimento del suo settantesimo anno. Io ne avevo settantadue, ed ora, avrei anche potuto dichiararmi a colei che ho amato da sempre… se non ci fosse stato di mezzo un marito, e una figlia.
Sguardi complici e null’altro, questo era inscritto nel destino di due poveri amanti, tragici e incompiuti.
Anche questo strano modo d’amarsi, parve essermi alfine precluso. Quando un ictus mi privò della parola, aiutandomi con un bastone all’inizio riuscivo ancora a compiere qualche lento e affaticato passo. Ma, aimè, questo non bastava certo a rendermi autosufficiente. Il mio destino era segnato.

Era un bel posto in mezzo alle colline, pulito, niente odori ripugnanti, di urina o altro: un cimitero per vecchi elefanti che si potevano permettere di tirare le cuoia nel confort di un ospizio a cinque stelle.
Chiudevo gli occhi la sera, pregando di non riaprirli; e immancabilmente li riaprivo al mattino, sacramentando e tirando giù tutti i santi del paradiso.
Ero qua dentro da ormai quattro anni. Come ogni mattina l’infermiere mi accompagnò in giardino e mi fece accomodare sotto le fronde dell’acacia.
Lei camminava nel vialetto, fermandosi a guardare i fiori nei giardinetti con sguardo atono.
La riconobbi subito, avrei voluto chiamarla, ma la voce, come gli ultimi tremolanti passi, era un ricordo lontano.
D’istinto provai ad alzarmi dalla carrozzina, volevo correre da lei, ma ricaddi pesantemente sul sedile.
La guardavo con occhi persi venire verso di me con lo sguardo rivolto alle aiuole. Avrei voluto urlare “guardami” … avrei voluto alzarmi, avrei voluto abbracciarla, avrei voluto fare cose che non ero più in grado di fare.
Preso dallo sconforto, abbassai lo sguardo per non vedere i suoi occhi, spenti, passarmi davanti senza accorgersi di me.
Vidi i suoi piedi fermarsi davanti a me. Alzai lo sguardo, lei mi guardò e sorrise. Mi aveva riconosciuto.
Senza proferire verbo e senza staccare i suoi occhi dai miei, si accomodò sulla panchina. E lì rimanemmo, amandoci in silenzio a modo nostro, fino a quando non vennero a prenderci per accompagnarci, prima in sala da pranzo e poi nelle rispettive camere per il riposino pomeridiano.
Seppi poi che era stata colpita dalla malattia che si mangia i ricordi, e che anche lei aveva perso l’uso della parola. Eppure checché ne dicano i dottori, io sono certo che si era ricordata di me sin dal primo sguardo.
L’amore probabilmente segue altre vie, tutte ancora da esplorare, mi viene da pensare.
Il destino ha disegnato per noi un percorso tortuoso. Ci ha diviso, ha tolto ad entrambi l’uso della parola: forse perché tra noi abbiamo sempre comunicato attraverso gli sguardi. E infine, al crepuscolo del nostro tempo ha deciso di farci ritrovare, lasciando che il nostro amore continuasse ad esplicitarsi attraverso il senso che abbiamo da sempre usato per comunicare.

Ed ora eccoci qua, finalmente insieme, racchiusi nel nostro mondo di sguardi che gli altri esclude, provati dagli acciacchi del tempo ma decisi a vivere fino in fondo questo struggente amore. Guardo i suoi occhi, che s’illuminano ogniqualvolta incontrano i miei; sono lacrime di felicità, quelle che sgorgano dalle palpebre.

FINE


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